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AFRICA/ERITREA - Nell'assegnare i suoi fondi, "l'Unione Europea verifichi il rispetto della libertà e dei diritti umani"

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Posted on: 04/12/19
Asmara - L'Unione Europea ha il dovere di verificare la destinazione e l'uso dei fondi assegnati all'Eritrea, perché nel paese i fondi dell’Unione Europea potrebbero finanziare il lavoro forzato. A chiederlo sono la Fondazione eritrea dei diritti umani e l'Agenzia Habeshia secondo le quali, per realizzare le strade che dai porti eritrei di Massaua e di Assab portano alla frontiera con l’Etiopia, potrebbero essere impiegati i ragazzi e le ragazze che sono costretti a svolgere un "servizio nazionale" a tempo indeterminato e gratuito, in condizioni di semi-schiavitù.
Ufficialmente, in Eritrea, il servizio nazionale dura 18 mesi ma, dopo la guerra Etiopia-Eritrea che si è conclusa nel 2000, questo periodo è stato esteso "a tempo indeterminato". Negli anni sono state frequenti le denunce dei politici dell’opposizione in esilio e dei gruppi di difesa dei diritti umani nei confronti delle autorità di Asmara per le violenze e gli abusi che subiscono i giovani da parte dei comandanti militari. Un’indagine delle Nazioni Unite del 2016 ha affermato che i questi sono spesso utilizzati come "lavoratori forzati". Il direttore della Fhre, Mulueberhan Temelso, ha definito l’Eritrea "una prigione a cielo aperto, dove ogni persona nel servizio nazionale vive in condizioni estremamente dure".
Il rischio è che nei lavori di miglioramento della rete stradale, finanziata dall’Unione europea nell’ambito del programma per "contenere l’emigrazione irregolare", siano impiegati anche questi ragazzi. La stessa Unione Europea riconosce che le persone in "servizio nazionale" saranno impiegate, ma afferma che saranno pagate e che le tariffe sono state recentemente aumentate. Fonti in Eritrea hanno riferito che dal 2016 i "soldati" ricevono nominalmente 120 dollari al mese, ma da queste somme vengono detratte alcune spese e così rimangono nelle tasche degli impiegati solo 17 dollari al mese.
"È certo una conquista tutto quello che va nella direzione di rafforzare la pace", commenta all'Agenzia Fides abba Mussie Zerai, sacerdote dell’eparchia di Asmara e rappresentante dell'Agenzia Habeshia , "ma è difficile pensare a una vera pace, in Eritrea, senza componenti essenziali, vitali, come il rispetto pieno della libertà e dei diritti, Senza, cioè, una vasta operazione di verità e giustizia su quanto è accaduto negli ultimi vent’anni nel Paese".
Ciò che abba Mussie contesta è "l’apertura di fiducia “al buio” in atto negli ultimi tempi, nei confronti di Asmara". Un’apertura garantita da parte della comunità internazionale e, soprattutto, dell’Unione Europea. "Quella eritrea – continua il sacerdote - è sempre stata considerata una delle più feroci dittature del mondo. Se non saranno vincolati a precise, attente garanzie, rischiano di andare nella stessa direzione anche progetti come quello europeo: un favore al regime, che ne trarrà forza e legittimazione. Con questo, non si vuole affermare, ovviamente, che i progetti proposti non debbano essere attuati. Al contrario. Il punto, però è il come portarli avanti".
L’Unione Europea, secondo il sacerdote, dovrebbe controllare con propri ispettori autonomi sia la conduzione dei cantieri e l’avanzamento dei lavori, sia la scelta, la gestione e il trattamento del personale e della manodopera a tutti i livelli. "Ci vogliono ispettori liberi di muoversi e incontrare chiunque vogliano, con la massima riservatezza e la massima tutela delle persone eventualmente contattate. In questo contesto, la prima, inderogabile condizione da porre è la libertà da ogni obbligo militare per tutto il personale impiegato nella progettazione e nei cantieri ".

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